Dalla memoria di San Camillo nasce un invito sempre attuale a servire i malati con amore, preghiera e prossimità
Dalla memoria di San Camillo de Lellis, una chiamata viva al servizio
San Camillo de Lellis continua a parlare con forza alla Chiesa e alla famiglia camilliana. Con la chiusura del mese a lui dedicato, desideriamo raccogliere il dono della sua testimonianza e lasciarci interpellare dalla forza sempre attuale del suo carisma.
A seguire, proponiamo l’articolo di padre Gianfranco Lunardon, religioso camilliano, “La nuova scuola di carità”, che aiuta a rileggere con profondità l’attualità del carisma camilliano e il significato della sua testimonianza per il nostro oggi.
La nuova scuola di carità
La prima ispirazione ebbe in Camillo e nei suoi primi compagni uno sviluppo straordinariamente fecondo. L’esperienza quotidiana nelle corsie degli ospedali, la riflessione comunitaria e l’assiduità nella preghiera approfondirono le motivazioni e la competenza nell’assistenza del malato, chiarirono e determinarono le linee d’azione del gruppo.
Tale nuova scuola di carità a quattrocento anni di distanza non ha perso nulla della sua attualità: anzi appare anticipatrice di concetti e di modi d’assistenza che oggi si stenta non poco a recuperare.
Nelle prime regole, dettagliate, precise e organiche, che il gruppo si diede due anni dopo il suo inizio di vita, si pone prima di tutto il principio ispiratore del nuovo «servizio sanitario» che stava sorgendo: «Ognuno riguardi al povero come à la persona del Signore».
Questo riporta il malato al suo ruolo naturale nell’ospedale, cioè, il ruolo di «Signore e Padrone» che va servito e non strumentalizzato per i propri interessi. Poi vengono precisati gli «Ordini et modi che si hanno da tenere nelli hospitali in servire li poveri infermi». Da questi Ordini et modi emergono alcuni insegnamenti di grande attualità:
a. Il malato è una persona indivisibile nella sua realtà umana e va raggiunto nella globalità dei suoi bisogni che sono interdipendenti.
Questa visione antropologica che sta alla base della moderna medicina psicosomatica (olistica), trova già in Camillo un interprete attento e sensibile. Le indicazioni e le norme che egli dà al suo gruppo esprimono sempre questa costante: il corpo e l’anima sono inscindibili nel malato, e le sue necessità corporali e spirituali devono essere sempre attese in una visione unitaria della persona.
Per questo vuole nella sua Compagnia sacerdoti e laici e li impegna tutti nella cura globale del malato. Di fronte ai malati esige da se stesso e dai suoi una totale disponibilità, «acciò – come prescrive nella regola – possiamo servirli con ogni charità così dell’anima, come del corpo», realizzando nella quotidianità «l’opere di misericordia, corporali et spirituali».
Le intuizioni della carità avevano anticipato di secoli le acquisizioni della scienza e della organizzazione sanitaria.
b. Amore materno.
Camillo non aveva alcuna cognizione di psicologia sistematica, ma aveva dalla sua parte due enormi vantaggi: aveva sperimentato, e sperimentava tuttora, sofferenza, solitudine, carenza di affetto materno (la madre, Camilla de Compellis, gli era morta quando lui era poco più che dodicenne) e aveva una grandissima carica d’amore.
Comprendeva, pertanto, da esperto del soffrire, la situazione dei suoi ammalati e il bisogno che essi avevano di una madre di cui, forse, avevano dimenticato i lineamenti del volto.
Non era certamente facile trovare nei serventi del tempo la tenerezza e la dolcezza di uno sguardo materno e poteva sembrare assurdo chiedere questa tenerezza a uomini che, forse, sino a poco tempo prima avevano maneggiato la spada.
Ma Camillo prescrive perentorio: «prima ognuno domandi grazia al Signore che gli dia un affetto materno verso il suo prossimo … perché desideriamo con la gratia di Dio servire a tutti gli infermi con quell’affetto che suol un’amorevole Madre al suo figliuolo infermo».
A questo principio fa poi seguire norme accurate sul come aiutare i malati a mangiare, sulla delicatezza da usarsi nel rifare i letti, soprattutto dei più gravi, sulla prontezza a rispondere alle chiamate.
Di queste norme ne riporto un breve passaggio: «quando gli infermi haveranno bisogno di essere levati con le braccia, ognuno avvertisca di levarli con la charità possibile, procurando di non farli far troppo moto, e non farli pigliar freddo, coprendoli subito che li leveranno dal letto, e che stiano con la testa poco alta».
Sono indicazioni in cui una sorprendente precisione della tecnica infermieristica è ravvivata dal calore che soltanto l’affetto della madre può comunicare anche alle azioni più semplici.
c. Rispetto della dignità e della libertà del malato.
Un altro insegnamento di Camillo porta una notevole innovazione nell’assistenza e si traduce in un geloso rispetto della dignità e della libertà del malato.
Quando egli impegna la sua comunità negli ospedali ha presente le discriminazioni che in essi avvenivano e pertanto prescrive che tutti gli infermi senza alcuna distinzione hanno diritto al servizio dei suoi nuovi Ministri degli Infermi.
La Roma del seicento era popolata da gente proveniente da tutte le regioni d’Italia e da tante altre nazioni del mondo. Devoti pellegrini e avventurieri di ogni risma percorrevano al tempo di Camillo le strade di Roma.
Le varie comunità nazionali erano gelosamente divise e molte volte erano ostili fra di loro. Ma gli ospedali erano sempre il rifugio di tutti e tutti vi si ritrovavano senza distinzione di nazione, di religione e di censo.
Per Camillo e per la sua comunità a creare il diritto all’assistenza è soltanto il bisogno e la malattia, e la precedenza è stabilita solamente dal grado di povertà, di ripugnanza, di gravità e di abbandono.
Nella linea evangelica (cfr. orfani, forestieri, vedove) i più poveri, i più fetidi, i più gravi sono i prediletti e devono avere la precedenza. Su questo punto Camillo non ammette deroghe.
Quattrocento anni fa era l’amore a farsi garante di una vera uguaglianza di servizio. Per questo Camillo non tollera offese alla dignità del malato.
L’abitudine a vedere in ogni volto, anche nel più sfigurato, il volto di Cristo gli faceva assumere un tale atteggiamento di riverenza che, come afferma un testimone, quando Camillo serviva un malato «quasi l’adorava».
In un altro punto la sua normativa è rivoluzionaria di fronte a usi, tradizioni e norme ormai radicate da secoli: la tutela del rispetto della libertà del malato e, soprattutto, della sua libertà di coscienza.
L’antica regola del Santo Spirito prescriveva che i malati prima di essere messi a letto dovevano confessarsi e comunicarsi.
Camillo invece prescrive, e sorveglia scrupolosamente che così sia fedelmente eseguito, che i malati appena giunti all’ospedale siano messi a letto senza remore e con lenzuola ben pulite, poi si domandi con discrezione se desiderino i Sacramenti, badando bene che tutto si faccia «con consenso però dell’infermo».
Questa la nuova dimensione che l’assistenza veniva acquistando negli ospedali di Roma e di altre città d’Italia. E allora non fa più meraviglia leggere quel che Camillo diceva a un suo compagno, un po’ riluttante a compiere un servizio particolarmente ributtante:
«Fratello mio, sappi che né tu né io siamo degni di far questa carità».
L’assistenza al fratello infermi stabilisce così un titolo d’onore in chi la compie.
Sintesi:
la risposta che Camillo diede alla sfida antropologica che gli è stata
provvidenzialmente lanciata dalla contingenza storica, si riassume in una triplice prassi:
🤲🏻 delle mani (servizio completo ai malati);
👣 dei piedi (viaggi avventurosi lungo tutta la penisola italiana);
🛐 delle ginocchia (preghiera assidua).
Al centro la figura del malato, nella sua totalità (corpo e anima, malattia fisica da guarire e miserie assortite da accompagnare, integrare, perdonare).
La cura del malato, nella pedagogia di Camillo dè Lellis, si sviluppa su due versanti:
soprannaturale: vedere nel malato la persona del Cristo sofferente (Mt 25);
umano: assumere gli atteggiamenti di una madre tenerissima verso il proprio figlio infermo (il racconto esemplare del Buon Samaritano in Lc 10,29ss.).
Le due dimensioni non si possono separare e partono da un’unica prospettiva di fede.
Proprio perché nel povero infermo vede Cristo stesso, Camillo lo avvolge di tenerezza materna.
La sua è la sfida, folle, quasi utopica, di un amore impossibile. La sua è la scommessa del cuore.
Si può dire che la grande ostinazione di Camillo sia stata quella di mettere il cuore in stato di grazia.
Ringraziamo padre Gianfranco Lunardon per questo prezioso contributo, che ci aiuta a riscoprire con profondità la bellezza del carisma camilliano.
Come Figlie di San Camillo, rinnoviamo il nostro impegno a continuare con fedeltà e amore la missione di carità ricevuta dai nostri fondatori, il beato padre Luigi Tezza e santa Giuseppina Vannini, al servizio dei malati e di chi soffre.


