Il senso del pellegrinaggio nei nostri Fondatori
Emanuele Martinez
Dalle lettere e dagli scritti, a noi noti, del Beato Padre Tezza e della Santa Madre Vannini non risultano notizie di una loro partecipazione o accenno a nessuno dei due Giubilei che si sono tenuti durante le loro vite.
Il primo venne indetto da Pio IX nel 1875 con la bolla “Gravibus Ecclesiae”; anno giubilare che fu privato delle cerimonie di apertura e di chiusura della Porta Santa a seguito dell’entrata a Roma dell’esercito italiano, il 20 settembre 1870 attraverso la breccia di Porta Pia, che mise fine al potere temporale dei papi.
Pio IX non fu molto fortunato con i Giubilei poiché il precedente, quello del 1850, non fu indetto per le vicende della Repubblica Romana e del temporaneo esilio di papa a Gaeta.
Il secondo Giubileo denominato “Anno Santo secolare”, quello del 1900, venne indetto per l’inizio del XX secolo dell’era cristiana da Leone XIII con la bolla “Properante ad Exitum Saeculo” e fu caratterizzato da sei beatificazioni e due canonizzazioni tra cui quelle di San Giovanni Battista de La Salle e di Santa Rita da Cascia.
Per la prima volta dall’Unità d’Italia, il re annunciava il Giubileo all’interno del “Discorso della Corona”. Il Papa inviò un appello al risveglio della fede nel popolo cristiano in tutto il mondo.
L’intento principale fu quello di vincere la sfida della modernizzazione della vita cristiana e della cristianizzazione della vita moderna. L’organizzazione dell’accoglienza fu per la prima volta a cura delle autorità italiane.
All’Anno Santo, inoltre, resero omaggio le montagne d’Italia; monumenti sorsero sulle vette di tutto il Paese, dal nord al sud, per omaggiare il Redentore.
Tra questi due Giubilei c’è un Anno Santo straordinario, indetto per il 1866 da Leone XIII in occasione dell’enciclica Quod Auctoritate.
Tre momenti importanti nella vita della Chiesa a cui né il Beato Tezza né la Santa Vannini, nonostante i rispettivi soggiorni romani, ci hanno lasciato traccia di una loro partecipazione.
Come può essere?
Disponendo oggi di molti scritti, lettere e documenti prodotti dai due Fondatori, tra cui l’ultima opera da poco edita Lettere e scritti del Padre Luigi Tezza dal 1855 al 1922, possiamo dare una risposta che oltrepassa l’evento giubilare, per sua natura occasionale, e conoscere il senso del “pellegrinaggio verso un luogo sacro” proprio del Tezza e della Vannini.
Andiamo per ordine e analizziamo con attenzione le date.
Nel 1866 il Tezza, da appena due anni ordinato sacerdote, si trovava in Veneto nel bel mezzo della Terza guerra di indipendenza, che si concluse nell’ottobre di quell’anno con l’annessione, a seguito di un plebiscito, del Veneto al Regno d’Italia.
Nel 1875 si trovava invece in Francia, inviato quattro anni prima inizialmente come Maestro dei Novizi e poi con incarichi di Vice Superiore e Superiore in diverse comunità.
Nel 1900 invece, anno importante nella vita del Tezza, lo ritroviamo in viaggio tra la Francia, la Lombardia e Roma prima di imbarcarsi il 3 maggio alla volta del Perù per non rientrare più in Europa.
La Madre Vannini nel 1866 aveva 7 anni, e quello fu un anno di grandi sofferenze: nel mese di novembre perse la mamma e, orfana di entrambi i genitori, il padre lo perse tre anni prima, venne mandata al Conservatorio Torlonia in via Salita Sant’Onofrio a Roma dove vi rimase fino al 1883.
Trattandosi di un Istituto di carità per fanciulle povere e orfane, posto sotto la direzione delle Figlie della carità di San Vincenzo de’ Paoli, possiamo solo supporre che la sedicenne Giuseppina sia stata condotta in pellegrinaggio verso la Porta Santa di San Pietro in occasione del Giubileo del 1875.
Nel 1900 invece la Vannini, ormai nel pieno della cura e della gestione dell’Istituto fondato otto anni prima, rientrata dalla Francia, si muove tra Monticelli d’Ongina in provincia di Piacenza, Roma, Grottaferrata e Mesagne.
Se i due Fondatori non ci hanno fornito notizie di una loro partecipazione ai Giubilei, attraverso le loro dirette testimonianze epistolari, invece, possiamo conoscere come vivevano la pratica del pellegrinaggio compiuto, inconsapevolmente, attraverso i loro viaggi.
I pellegrinaggi di Padre Tezza
Il Padre Tezza effettuò il suo primo grande viaggio fuori dal Veneto nel 1868, all’età di 26 anni, per raggiungere per la prima volta Roma, dove avrebbe incontrato Pio IX con l’intento di chiarire la sua posizione riguardo alla questione della missione in Africa.
Si trattò di un viaggio fisicamente impegnativo considerando che all’epoca gli spostamenti avvenivano esclusivamente a piedi, a cavallo o in carrozza.
Partito da Verona il 24 aprile, giunse a Roma il 2 maggio dopo essere stato prima a Padova, città che già conosceva, poi a Firenze all’epoca Capitale del Regno d’Italia.
Giunto a Roma, in parte presidiata dai soldati francesi a difesa del Papa dopo gli avvenimenti della Repubblica Romana del 1848-1849, il Tezza vi rimase venti giorni durante i quali, oltre a portare a termine la sua principale missione di incontrare il pontefice e nonostante non fosse in sintonia con gli stili di vita del mondo ecclesiastico romano, che a sua detta gli impediva di apprezzare “il bello e il santo di questa città”, oltre al grande caldo che male sopportava anche a causa della veste pesante con la quale era partito, visiterà comunque alcuni luoghi particolarmente significativi per la storia del cristianesimo e significativi per lui come scrisse al P. Artini il 6 maggio (ALV 1458/123):
«Con il P. Modena… Andiamo qualche poco assieme a vedere qualche cosa, ma non ne provo alcun piacere. Vidi parecchi Santuari e luoghi celebri ma poco o nulla me ne ricordo. Oggi siamo stati a S. Paolo e a S. Giovanni ante Portam Latinam, e dimani andremo entrambi a celebrare nella Stanza di S. Luigi Gonzaga all’interno del complesso del Collegio Romano e della chiesa di S. Ignazio, stamane tutti e due celebrammo in quella di S. Camillo».
Durante il suo soggiorno il Padre Tezza compì un particolare pellegrinaggio che lo portò fuori dai circuiti delle grandi basiliche in luoghi più intimi ma altrettanto conosciuti e devozionalmente vissuti tanto dai romani quanto dai pellegrini stranieri, quello della visita alle “Stanze” dove sono vissuti o morti alcuni dei santi che, con il loro esempio, hanno lasciato un profondo segno nella vita religiosa e spirituale della città tra il 1500 e il 1700.
Il Padre Tezza naturalmente non si limitò a semplici visite ma celebrò messe sugli altari appositamente predisposti nelle stanze di: San Filippo Neri (1515-1595, canonizzato nel 1622) all’interno del complesso della chiesa di S. Maria in Vallicella; di San Benedetto Giuseppe Labre (1748-1783, beatificato nel 1860 e canonizzato nel 1881), naturalmente nel Cubiculum di San Camillo presso la Chiesa della Maddalena e di S. Stanislao Kostka (1550-1568, canonizzato nel 1726) nella chiesa di Sant’Andrea al Quirinale.
In quest’ultima stanza rimase particolarmente colpito, come lui stesso scrisse al P. Artini il 20 maggio (ALV 293/313) alla vigilia della sua Ordinazione sacerdotale:
«quanto me ne deliziai! … e poi i nostri cari Chierici e Studenti, e per Lei e per tutti baciai i piedi della bellissima marmorea statua che lo rappresenta moriente»
Ai nostri giorni se vogliamo muoverci per santuari, chiese o in visita alle Case dei Santi abbiamo molti strumenti a nostra disposizione: guide cartacee, app, o il web dove basta cliccare “case dei santi” ed ecco Wikipedia fornirci tutte le tutte le info utili (naturalmente da verificare!!!).
Ma il giovane Tezza come faceva per orientarsi? A Roma questi luoghi di devozione erano conosciuti non solo dai religiosi ma da tutto il popolo romano e non solo. Quasi ogni rione aveva, ed ha tutt’oggi, il suo santo o la sua santa, e la preziosità è proprio in questa “micro/localizzazione urbana”, quasi che ogni angolo di Roma fosse un angolo di Terra Santa dove incontrare il Signore tramite un contemporaneo apostolo della fede.
Questi luoghi all’epoca erano così noti tantoché nel 1863 venne pubblicato a Parigi un volume, che possiamo definire come una guida per immagini ante litteram dal titolo: Les Sanctuaires de Rome curato da Jean Luquet e Anselme Tillon.
A Roma il P. Tezza non si nutrì solo di storia e arte, da una sua lettera indirizzata al P. Artini del 10 maggio (ALV 1458/124) apprendiamo che andò in cerca di libri, nello specifico le opere in tre volumi del Padre Domenicano Vincenzo Maria Gatti (1811-1881), teologo e bibliotecario della Casanatense che nel 1868 era consultore della Commissione per la revisione dell’Indice dei libri proibiti.
I volumi del P. Gatti erano molto molto apprezzati e venivano recensiti da «La Civiltà Cattolica», storica rivista fondata nel 1850 da un gruppo di gesuiti di Napoli, tenuta in considerazione dal Tezza il quale andò anche a fare visita a uno degli scrittori il gesuita P. Valentino Steccanella (1819-1897).
Le lunghe giornate in attesa dell’udienza con il Santo Padre, che avvenne solo il 21 maggio, il Tezza le impiegò per entrare in contatto con diverse personalità e benefattori proseguendo il suo “pellegrinaggio romano” andando a visitare: la chiesa di San Sebastiano, la Cappella Cardinalizia nella chiesa dei Fiorentini, le basiliche di S. Pietro dove ha celebrato messa e San Giovanni in Laterano dove ha assistito alla benedizione papale dalla loggia.
A questi luoghi di culto si aggiunge la visita a un Istituto di giovani convertite del quale, all’interno della lettera del 16 maggio sempre indirizzata al P. Artini (ALV 293/305), non fa nome; episodio appena accennato ma rilevante a cui far risalire il suo interesse verso l’educazione e la formazione delle giovani.
Interesse che lo porterà a fondare, 24 anni dopo a Roma, insieme a una giovane e sconosciuta donna, incontrata durante un ritiro spirituale, l’Istituto delle Figlie di San Camillo.
Un’ultima impressione romana il Tezza ce la offre nella lettera del 20 maggio indirizzata al Padre Artini (ALV 293/313), scritta pochi giorni prima di lasciare Roma, dove in poche righe ci illumina sulla sua profonda sensibilità d’animo:
«Sulla sera vo’ qui o colà in qualche Chiesa al Mese Mariano, e me la passo un poco con questa cara divozione e con queste Musiche veramente da Paradiso, e di cui non ne abbiamo costì alcuna idea».
Il 23 maggio il Padre Tezza si mise in viaggio per rientrare a Verona, come scrisse nella lettera indirizzata il giorno prima al P. Artini (ALV 1458/129):
«Dimani adunque, spero non aver ostacoli, partirò per essere Domenica a Loreto, Lunedì o Martedì ad Assisi, Mercoledì a Firenze, Giovedì a Ferrara».
Per un ragazzo che amava poco spostarsi…
«Sono solamente otto giorni che sono qui, ma n’ho già di Roma abbastanza per più che un secolo» (lettera del 10 maggio al P. Artini, ALV 1458/124), il viaggio a Roma fu comunque importante, come lui stesso scrive al P. Artini rientrato a Verona il 30 maggio (ALV 293/338):
«Amantissimo Padre mio, eccomi finalmente di nuovo a Lei dal mio caro S. Giuliano: mi pare d’essere un altro, e sono pieno nel cuore di dolce contento».
Il viaggio a Roma sarà solo il primo di una lunga serie di frequenti viaggi e spostamenti che porteranno il P. Tezza di nuovo a Roma e poi in Francia, Belgio, Paesi Bassi, Spagna e infine in Perù, con propositiva obbedienza all’Ordine e sempre animato dall’amore per Cristo, che vedeva nel volto di ogni malato, fanciullo e bisognoso che incontrava nel suo pellegrinaggio terreno.
I pellegrinaggi di Madre Vannini
A differenza del Padre Tezza, la Madre Vannini iniziò a viaggiare fuori da Roma al compiere della maggiore età, 21 anni.
Con l’animo colmo di tristezza ma fiducioso nell’amore del Signore la giovane Giuditta, nella speranza di vedere realizzato il suo desiderio di farsi suora, raggiunse comunità religiose a Siena, Perugia, Montenero di Livorno, Bracciano e Napoli ma il suo destino si sarebbe dovuto compiere a Roma.
Dopo l’incontro con il P. Tezza e la fondazione delle Figlie di San Camillo nel 1892, la vita della Vannini fu un continuo viaggiare in Italia, Francia e Belgio per fondare e seguire le Case dell’Istituto e le sue amate Figlie.
Viaggi impegnativi per l’epoca, realizzati in carrozza o in treno lungo le prime linee ferroviarie, che portarono la Vannini ad attraversare paesi e città, ad incontrare benefattori e amministratori locali, in un’epoca dove ogni più piccola attività sanitaria e assistenziale richiedeva uno sforzo enorme a livello organizzativo e burocratico, ancor più per una donna.
Il suo viaggiare, possiamo leggerlo attraverso le lenti del carisma camilliano come un “quotidiano e costante pellegrinaggio verso i sofferenti e i bisognosi”.
Per usare un’espressione cara a Papa Francesco, la Madre Vannini aveva ben chiaro, attraverso la sua missione, il significato del farsi “Chiesa in uscita” nel senso di essere vicini al dolore del mondo intero:
«Voi che l’avete intuito per grazia continuate il cammino, spargete la vostra gioia, continuate a dire che la speranza non ha confini» (David Maria Turoldo).
Nelle lettere della Madre Vannini il termine “pellegrinaggio” lo ritroviamo riferito al pellegrinaggio a Lourdes di cui presso la Casa madre di via Giusti a Roma si conservano le medaglie ricordo.
La Madre Vannini si recò due volte presso il Santuario Mariano, nel 1901 e nel 1908, in occasione del “Pellegrinaggio del Nord della Francia” e all’interno di due sue lettere, scritte in quelle occasioni, ritroviamo alcuni preziosi resoconti utili a conoscere con quale animo e in quali condizioni affrontava il pellegrinaggio.
Uno spunto interessante che possiamo apprendere da questa informazione è che la Madre Vannini coglie l’occasione dei pellegrinaggi quando i suoi viaggi, per la cura delle Case di comunità, la portano a Bonsecours in Francia, evitando così ulteriori spese partendo da Roma e risparmiandosi un ulteriore e oltremodo faticoso viaggio per il suo fisico debilitato.
Per il primo pellegrinaggio partì, insieme a sr. Suor Geneviève Gleize, il 15 settembre 1901 da Bonsecours e dopo un viaggio durato 29 ore giunse a Lourdes il 16 sera.
Il giorno dopo l’arrivo con una cartolina (AFSC, 1 A10), decorata con veduta della basilica di N.S. di Lourdes, la Madre inviava a sr. Tecla Monti Superiora della comunità interna nell’ospedale di Caprarola notizie sulla sua permanenza a Lourdes:
«Un piccolo saluto in fretta per darle notizie del viaggio. Domenica alle 10,56 partii con suor Genoveffa [Geneviève] e dopo 29 ore di viaggio ieri sera alle 5 giungemmo qui; bevvi subito l’acqua miracolosa ed oggi consegnai il certificato medico e domani conto entrare nella piscina. Feci sì lungo tragitto senza risentirne affatto.
Domani spero fare la s. comunione alla grotta. Ci tratterremo qui fino a sabato sera e lunedì, a Dio piacendo, saremo di ritorno a Lille.
Il pellegrinaggio del Nord [Francia] in cui siamo è di 6.000 persone. Abbiamo trovato un pellegrinaggio italiano in cui anche il Vicario di Cremona».
Il secondo pellegrinaggio la Madre Vannini lo compie il 23 settembre 1908, anche questa volta organizzato col Pellegrinaggio del Nord della Francia.
Rieletta Superiora Generale il 3 maggio dello stesso anno, la Madre Vannini anche in questa seconda occasione si fermerà a Lourdes sei giorni.
La lettera che la Madre Vannini indirizza da Bonsecours il 22 settembre 1908 (AFSC, 1 A36), alla vigilia della partenza, a suor Veronica Pini, della comunità di San Pedro in Argentina, oltre a fornire notizie varie, consigli e domande, secondo il suo stile epistolare sempre interessata alla vita dell’Istituto e delle singole religiose, annuncia con quali Sorelle sarebbe partita:
«partiremo da qui in sette, suor Angela [Dumont], suor Andreina [Frare], suor Michelina [Negri], suor Colomba [Luisetta], suor Flavia [Capitanio], suor Camilla [Sommacampagna] e io; dopo avere passata la notte a Donai giovedì mattina alle 10.15 col pellegrinaggio diocesano partiremo per Lourdes ove a Dio piacendo si arriverà venerdì alle 11.50».
L’amore che la Madre Vannini nutriva per la Madonna di Lourdes lo ritroviamo espresso in una cartolina postale del 14 maggio 1909 (AFSC, 1 A45), spedita dalle Terme di Salsomaggiore, dove si trovava per la cura delle acque salsobromoiodiche, indirizzata a suor Andreina Frare che da Bonsecours si era recata a Lourdes col pellegrinaggio nazionale del Belgio:
«Dilettissima figlia in Cristo
Amor con amor si paga; quindi giacché ho tempo la riscontro, appena tornata dal bagno, giacché pensò a darmi l’indirizzo. Grazie mille delle preghiere e dello scritto che gradii molto, sia l’interprete della nostra cara comunità presso Notre Dame de Lourdes.
Chieda ottimo spirito religioso per tutte, buone vocazioni che ne abbiamo un gran bisogno, e che presto otteniamo l’approvazione delle s. Regole come le desideriamo, cioè senza che ci cambino nulla.
Poi chieda l’umiliazione dei nemici della s. Chiesa e pensi al s. Padre, al nostro Padre di Lima e a tutto l’Ordine, nonché [a] tutte le persone a Dio consacrate acciò perseverino con fedeltà.
La saluto con suor Tecla e suor Elena che sono qui con me, benedicendo mi dico in Corde Jesu
Aff.ma madre
indegna Figlia di S. Camillo».
«Le Figlie di San Camillo, avevano dalla loro Madre, insegnamenti ben più eloquenti ed efficaci che non erano quelli che loro venivano dalle sue labbra … Gli esempi di Madre Vannini, bastavano da soli ad illuminare le Suore sulla via della virtù … Chi voleva sapere come doveva compiere le sue pratiche di pietà, non aveva da far altro che contemplare la Madre», così scriveva il Padre camilliano Giovanni Sandigliano nella prima biografia dedicata alla Madre Vannini. (1)
Noi, oggi, possiamo ancora avvalerci di questi insegnamenti in una maniera altrettanto diretta grazie alle corpose produzioni epistolari prodotte sia dalla Santa Madre Vannini sia dal Beato Padre Tezza, e così approfondire sempre più la conoscenza della loro vita nell’agire quotidiano, un agire costantemente guidato dall’amore totale per il Signore.
Isolando un episodio particolare e ricorrente presente nei loro scritti, come in questo caso i viaggi e i pellegrinaggi, è possibile trarre spunti di riflessione e insegnamenti per il nostro agire quotidiano.


