FSC
ARTICOLI
La Casa sulla roccia
 

Pastorale sanitaria

La casa sulla roccia

P. Giuseppe Cinà, M.I.

Come costruire una spiritualità solida, capace di sostenere la durezza di certe situazioni o prove della vita che possono mettere in questione tutto il cammino che fino allora s’era compiuto? Ogni cristiano sa come sia stato il Signore stesso a mettere in guardia contro un tale rischio, con la ben nota parabola della casa da costruire sulla roccia. Prima o poi infatti viene il tempo in cui “cade la pioggia, straripano i fiumi, soffiano i venti e si abbattono su quella casa” (Mt 7,27).
Numerose sono le circostanze o gli avvenimenti che possono rappresentare una simile minaccia. Per chi vive ed opera nel mondo della salute, e magari lo fa in forza d’una “chiamata” che ha avvertito nella sua vita e crede che quell’appello viene da Dio stesso, la malattia – sia propria e sia di coloro che assiste - può certamente essere una di queste minacce.

La malattia: scandalo o opportunità?

La malattia, infatti, specie quando si tratta di qualcosa di serio, è sempre vissuta come una sorte di “ostacolo” che impedisce lo svolgimento della vita, soprattutto se questa è intesa come “progetto” da realizzare. Anche san Paolo, pur così appassionato per la causa di Cristo e del suo vangelo, quando fu colpito da quel che egli chiama “una spina nella sua carne” (una metafora, come spiegano gli esegeti, per esprimere proprio una brutta malattia) (1),“per tre volte pregò” (2 Co 12,7-8) perché ne fosse liberato. Gli pareva appunto che ciò fosse, oltretutto, in contraddizione con la sua chiamata ad essere “l’apostolo delle genti”: come avrebbe potuto “annunziare” il nome di Cristo in quelle condizioni? Come muoversi, come viaggiare, cosa avrebbe potuto organizzare così mal ridotto?
Vero è che Gesù stesso, in quella medesima parabola, indicava “come” costruirsi una vita solida: ascoltare le sue parole e metterle in pratica (Mt 7,24). Il problema sta dunque nella disponibilità all’ascolto e nell’operare in maniera corrispondente. Parrebbe perciò che si tratti di attivare due movimenti dello spirito. Ma se si insiste su questa dualità, in pratica risulta che l’uno può stare senza l’altro, ed è proprio da qui che nasce il rischio di una costruzione debole, “sulla sabbia”, come dice Gesù.

Il rischio d’una vita spirituale illusoria

E certamente c’è il rischio di “ascoltare” e “non praticare” quanto si è udito. E’ impressionante osservare con quanta insistenza il Nuovo Testamento torni su questa eventualità. Pochi versetti prima di quelli citati, il vangelo di Matteo riporta l’espressione di Cristo: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio” (7,21). Sarà poi l’apostolo Giacomo a dichiarare nella sua lettera senza mezzi termini, ma anche con un certo senso umoristico: “Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi. Perché se uno ascolta soltanto e non mette in pratica, somiglia ad un uomo che osserva il proprio volto in uno specchio: appena s’è osservato, se ne va, e subito dimentica com’era” (Gc 1,22-23) (2) .
Si vede bene quanto sia facile costruirsi una vita spirituale basata su sentimenti nobili e belli, che colmano la vita di entusiasmo, ma che poi – dinanzi alla prova – si rivelano per quel che sono, cioè “illusioni”. Il tempo della prova infatti mette a nudo la tua verità, quello che effettivamente sei, e non quello che credevi di essere. E’ tutto, si potrebbe dire, questione di coerenza: coerenza tra convincimento e condotta, tra i valori del “regno di Dio” professati e atteggiamenti esistenziali. In altre parole, si tratta di condurre una vita coerente con il progetto che si vuol realizzare. Quali suggerimenti di offre il vangelo?

Come costruirsi una “casa sulla roccia”?

Tra i tanti suggerimenti che possiamo raccogliere dai vangeli per questo tipo di formazione, mi limito a commentare brevemente un testo del vangelo di Matteo che mi pare molto pertinente. Sono tre “detti” di Gesù: l’uno è un grido di lode a Dio, l’altro un’affermazione di Gesù stesso sulla sua identità teologica; il terzo, un invito a venire a lui per chi si sente oppresso da una legge che non riesce a praticare.
Stando a quanto ci dicono gli esegeti, non è facile individuare il contesto entro il quale queste tre espressioni hanno avuto origine. Pare dunque che la loro collocazione attuale sia dovuta alla stesura redazionale dell’evangelista. A questo punto del suo vangelo (capitoli 11 e 12), Matteo sta presentando la reazione di Gesù dinanzi all’incomprensione e al rifiuto della sua identità messianica. Si parla, infatti, del Battista che non lo comprende e per questo invia suoi discepoli a chiedere una chiarificazione; sono poi i suoi connazionali a rifiutarlo come ragazzi capricciosi; i capi del popolo a loro volta lo contestano, fino a cercare d’ucciderlo. Eppure egli è il “Cristo” come lo provano i gesti di guarigione che opera sui malati; è il rivelatore dei misteri del Padre a favore del suo popolo e agisce come un maestro umile e comprensivo. Ecco il testo che riporta le tre sentenze:
In quel tempo Gesù esclamò: ‘Ti benedico, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te.
Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.
Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero
” (11,25-30).
Una lettura attenta e mirata di queste espressioni produce nel lettore (o ascoltatore) un senso di armonizzazione interiore, in quanto ci si sente spinti ad agire, oserei dire, “connaturalmente” con la parola ascoltata. Cerco di chiarire questo pensiero.

Una nuova comprensione della realtà

Già la contrapposizione tra i “piccoli” e i “sapienti e intelligenti” mostra quale tipo di atteggiamento predisponga alla capacità e accogliere la parola di Dio e a praticarla: i piccoli di cui parla il Signore non sono i sempliciotti e i meno dotati. Piuttosto sono coloro che hanno un tipo di intelligenza e di cultura diversa da quella dei sapienti e dotti, che nella fattispecie erano gli Scribi e i Farisei: la mentalità di costoro era caratterizzata da una rigidità che li rendeva impermeabili alla novità del “Regno” che Gesù veniva ad annunciare. Un tipo di intelligenza chiusa nel suo orgoglio e nella sua presunzione e proprio per questo incapace di accogliere il nuovo volto di Dio-Padre che era al centro del messaggio di Cristo. Nella mentalità farisaica il rapporto di Dio con il suo popolo, sancito dall’alleanza e dalle parole della legge, rimaneva in un contesto legalistico e formale, esteriore all’uomo, incapace di trasformare il cuore e la mente. Era perduto il senso forte del comandamento centrale della fede d’Israele: “Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6,4-5).
Ma questo tipo di intelligenza, impediva anche di cogliere il senso vero della vita e delle cose. Per capire la realtà profonda di quanto accade, non è sufficiente riflettere e ragionare. E per agire in conformità con la parola di Dio, non è sufficiente imporselo e darsi una disciplina. Prima ancora, occorre aprirsi all’ampiezza della vita e vivere in maniera buona e fiduciosa; vivere nella familiarità con Dio e con coloro che ci circondano, sentire la gratitudine per quanto Dio ha fatto per noi e contraccambiarne  l’amore.  Occorre, insomma, un’intelligenza umile, perché l’umiltà è anch’essa indispensabile per accogliere la verità. L’orgoglio e la presunzione accecano, impediscono di conoscere la verità, non solo né tanto quella cartacea, quanto quella vissuta nei rapporti con il prossimo e con le cose.

L’autocoscienza di Gesù: “tutto mi è stato dato dal Padre mio”

E’ per questo che Gesù guarda con tanta simpatia ai piccoli e si riconosce in essi: egli, infatti, non ha nulla che non abbia ricevuto dal Padre: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio!” Egli deve tutto se stesso al Padre, non ha nulla di suo. Del Padre si fida totalmente e dal Padre tutto riceve. Questo sentimento di fiducia assoluta nel Padre costituisce la sua sicurezza e la sua forza: il Padre è la roccia sulla quale egli fonda tutto il suo essere. Ecco la sicurezza di Cristo che gli consente di parlare e di operare in maniera così franca e autorevole e che lo porterà a fidarsi del Padre anche nella terribile “ora” del Getsemani.
Abbiamo quindi individuato il punto fermo al quale deve tendere il discepolo per costruire la sua fede sulla roccia: non guardare fuori di sé, magari confrontandosi con altri; guardare invece dentro se stessi per scoprirvi la presenza e l’azione di Dio che ci ha creati per amore e nel suo amore ci mantiene. Scoprire quanto dobbiamo il tutto di noi stessi a Lui e a quel suo amore. E’ questa la base che dà robustezza e forza al discepolo e lo sostiene anche nell’ora della prova. Semmai perciò il cristiano deve guardare Cristo, alla sua umiltà e al suo affidamento totale al Padre, perché siano formati anche in lui i medesimi sentimenti del Figlio (Fil 2,5).

Il paradosso cristiano

In quest’ottica acquista pieno senso la mirabile e paradossale affermazione: “il mio giogo è dolce e il mio carico leggero”. La parola di Cristo è davvero paradossale, perché mette insieme peso e carico da un lato con dolcezza e leggerezza dall’altro: come può essere dolce e leggero ciò che comunque è pesante e doloroso? E inoltre, non ha detto Gesù che “chi vuol seguirlo” deve “portare la sua croce”? Egli non ha mai illuso i suoi ascoltatori, ha anzi dichiarato la necessità di adoprarsi per trovare e seguire la via stretta se si vuole entrare nella vita.
Il controsenso apparente viene risolto se si assimila, appunto, l’atteggiamento che Gesù ha avuto dinanzi alla vita: fidarsi e affidarsi al Padre, mettersi nelle sue mani, da lui viene la sua “grazia”: “Ti basta la mia grazia!” s’era sentito rispondere Paolo quando, malato, pregava per la guarigione (2 Co 12,9).
Ora sappiamo che la “grazia” è prima di tutto l’atteggiamento di amore premuroso e benevolente  del Padre verso il figlio. Da esso nasce, nel figlio, quel sentimento di fiducia e di sicurezza che lo rende capace d’affrontare la vita, di assumersi le proprie responsabilità, di sostenere le difficoltà e le durezze dell’esistenza. Non insegnano, l’esperienza e le scienze umane, che la prima qualità da coltivare nel bambino è proprio il senso di sicurezza, e questo nasce dall’accoglienza amorosa da parte dei genitori? Quanti drammi della vita sono dovuti a questa carenza affettiva, e quante vite rimangono disorientate, insicure, incapaci di assumersi responsabilità e impegni perché quell’affetto è mancato. Solo su quel sentimento di fiducia si può costruire una vita matura e responsabile.
In questa sicurezza che viene al bambino dall’amore accogliente dei genitori, il discepolo di Cristo sa vedere un segno dimostrativo che tutto gli è stato dato dal Padre-Dio.
  


(1) G. Cinà, L’apostolo Paolo e il dolore umano, Ed. Camilliane, Torino 2001, pp. 87-91; U.Vanni, La spiritualità di S. Paolo, in R. Fabris, La spiritualità del Nuovo Testamento, Borla, Roma 1985, p.198.

(2) Altri testi: Mt 7,24-27; Lc 8,21; 11, 27-28; Rm 2,13; ecc.