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Curare e prendersi cura
 

Pastorale sanitaria

CURARE E PRENDERSI CURA
Il contributo della pastorale

di P. Angelo Brusco M. I.

Introduzione

Da alcuni anni, nella letteratura riguardante l’assistenza dei malati, ma anche in quella relativa al rapporto tra le persone, si parla dell’importanza di operare il passaggio dal curare al prendersi cura.
Si tratta di un movimento spirituale che trova la sua origine in una visione dell’uomo più attenta a tutte le dimensioni del suo essere.
Chi è impegnato nella pastorale della salute non può ignorare questo argomento, che lo riguarda da vicino.

Curare e prendersi cura

Ma a che cosa ci si riferisce quando si parla di curare e di prendersi cura?
La parola cura si riferisce alla rimozione della causa di un disturbo o di una malattia, all'interruzione radicale e al sovvertimento del decorso naturale della malattia. Da questo punto di vista, la cura dà al paziente l'opportunità di ripristinare lo stesso stato di salute goduto prima dell'insorgere della malattia, se non uno addirittura migliore. La possibilità di curare in questo senso è garantita solo dalla medicina scientifica, cioè da quelle modalità terapeutiche efficaci che permettono all'operatore sanitario di curare da un punto di vista esclusivamente tecnico.
   L'espressione prendersi cura, invece, esprime il coinvolgimento personale dell'operatore sanitario con la persona che soffre, coinvolgimento che si esprime attraverso la compassione, la premura, l'incoraggiamento e il sostegno emotivo.
   Nella storia della assistenza sanitaria questi due concetti hanno conosciuto vari destini.
Nell'era prescientifica della medicina, prevaleva il prendersi cura. La guarigione, se si verificava, risultava essenzialmente dalla capacità di ripresa dell'organismo del malato e dalla compassione, dalla premura, dall'incoraggiamento e dal sostegno del medico stesso. Con l'avvento della medicina scientifica, la cura del malato tende ad essere affidata quasi esclusivamente alla tecnica, mentre si affievolisce l'attenzione al malato nella sua totalità.
   In questi ultimi tempi, si assiste all'emergere dell'esigenza di integrare i due aspetti dell'assistenza, il curare e il  prendersi cura. Nel concetto del prendersi cura sono quindi compresi sia la competenza professionale e la preparazione scientifica sia il coinvolgimento personale che porta a centrarci nella persona del malato, le cui esperienze anche se non possono essere da noi penetrate pienamente, possono però toccarci profondamente, in quanto anche noi condividiamo la stessa umanità. Parafrasando Kant, potremmo dire che, se una competenza professionale senza la qualità morale della vita è vuota, a sua volta una cura incompetente è cieca. Aver cura del paziente sarà allora un atto sintetico, in cui l'intelligenza non meno del cuore, ha la sua parte e il suo posto. 
In un libro significativo, scritto agli inizi degli anni 80, "In a different voice", l'americana Carol Gilligan esprime in una maniera molto significativa l'esigenza di tale sintesi. La voce diversa di cui parla l'autrice è costituita, nel mondo della salute, dall'accostarsi alle persone con un atteggiamento di partecipazione piuttosto che di distacco, di sintonia e di compassione piuttosto che di razionalità astratta. Una voce che ribadisce la primarietà della persona, la sua singolarità, in quanto chiede di essere presa in considerazione per se stessa. Una voce parlata, lungo i secoli, prevalentemente dalle donne, ma che non è solo delle donne, anche se la nostra tradizione l'ha relegata ad esse.
   Per raggiungere questo obiettivo occorre entrare in sintonia con il malato e i suoi famigliari con quell'atteggiamento che si chiama ascolto empatico. La nuova medicina - simile in questo alla buona medicina di ieri e di sempre - comincia dall'ascolto... che consente di stabilire chi è la persona che deve essere curata, qual è il suo mondo morale, come articola la ricerca della felicità, quali sono le sue preferenze, quale è la buona vita e la buona morte per questo singolo individuo.

L’influsso del cristianesimo sul passaggio dal curare al prendersi cura

In un periodo storico in cui si discute sulle radici cristiane della cultura europea, mi sembra importante sottolineare l’influsso determinante esercitato dal Vangelo sulla cura degli ammalati. L’esempio di Gesù ha influito decisamente sull’ethos della medicina agli albori dell’era cristiana, inserendovi la filantropia, la carità, la compassione. Infatti, nella medicina precristiana, “anche quando il modello etico virtuoso derivato dall’ideale della filantropia avrà raggiunto la sua più ampia maturazione ed espressione, si nota una considerevole distanza e freddezza nel rapporto tra medico e paziente”. Nei confronti degli ammalati inguaribili e dei moribondi vigeva l’esclusione  dall’assistenza sanitaria.
I cardini sui quali, fin dagli inizi del cristianesimo, poggia la riflessione teologica sulla compassione come elemento dell’esercizio della medicina sono l’incarnazione di Cristo e la considerazione dell’uomo come  imago Dei, immagine di Dio. Sulla base di queste verità, la comunità cristiana dirige la sua attività terapeutica verso ogni categoria di sofferenti, credenti e non, e giunge a trasformare il servizio agli ammalati in una mediazione della tenerezza e compassione divine e in una autentica esperienza del Signore: “Ero infermo e mi avete visitato”.

Responsabilità pastorale

Con l'avvento della medicina scientifica, la cura del malato tende ad essere sempre più affidata alla tecnica, mentre si affievolisce l'attenzione al malato nella sua totalità. Secondo uno storico della medicina, un risultato non intenzionale ma inevitabile della secolarizzazione delle istituzioni sanitarie è stato quello di essere separate dalla sorgente da cui nasce la compassione. Non è per caso che la compassione, a parte manifestazioni individuali, è assente dalla moderna medicina. Eppure essa è una qualità pienamente compatibile con la medicina scientifica e con il progresso della tecnologia. Però non nasce da esse. La compassione è il desiderio di trattare l’ammalato non solo in maniera medica competente e professionale, ma anche con amore e tenerezza essendo egli un essere umano degno di grande valore, che porta l’immagine di Dio. Essa è una virtù intenzionale e attiva. Non è una qualità che possa essere richiesta a volontà. Può essere desiderata, incoraggiata, coltivata. Ma senza una base trascendente e spirituale, essa è destinata ad inaridire e morire in un suolo roccioso che manca di nutrimento.
Ne deriva la responsabilità da parte degli operatori pastorali di offrire il loro contributo affinché tra le motivazioni che inducono a passare dal curare al ‘prendersi cura’ siano messe in debito risalto quelle di ordine spirituale.
 

Fattori facilitanti il passaggio dal curare al prendersi cura

Un interrogativo sorge a questo punto: come appropriarsi di quegli atteggiamenti necessari per integrare curare e prendersi cura?
Uno dei mezzi per raggiungere tale obiettivo è costituito dal prendere coscienza, accettare e integrare gli aspetti negativi della propria esperienza, conseguenze della condizione umana finita. Si tratta di quella dimensione notturna della vita, che comprende la sofferenza, la malattia, la morte. 
Tale integrazione consente di raggiungere quella libertà interiore necessaria per avvicinarsi a chi ha bisogno di aiuto senza resistenze e pregiudizi.Essa è frutto di una progressiva conoscenza e possesso di se stessi.
   L'atteggiamento assunto di fronte alla propria esperienza del soffrire condiziona inevitabilmente il rapporto con la persona malata. Chi si difende in maniera irrealistica dalla realtà della sofferenza, rimuovendola, negandola o razionalizzandola, non può essere libero nel suo avvicinarsi a chi soffre. La visione dei segni del male nel corpo e spesso nella psiche del malato, infatti, susciterà nel suo spirito, molte volte inconsapevolmente, delle reazioni difensive che limitano l'efficacia della relazione, generando distanza e dando vita a sentimenti di repulsione o di commiserazione.
Quanti riescono a riconciliarsi progressivamente con la propria condizione di persone vulnerabili, perché finite e mortali, sono consapevoli che il soffrire fa parte della propria esperienza e che i malati non appartengono ad un'altra umanità. Ad essi si è chiamati a dare, da essi si può anche ricevere, in uno scambio che diventa fonte di arricchimento reciproco.
Per integrare le proprie ferite, l’operatore pastorale è chiamato a percorrere un itinerario ben illustrato da alcune immagini bibliche, quali la lotta tra Giacobbe e lo sconosciuto da lui affrontato nel cuore della notte (Gn 32,26), il destino del chicco di frumento che deve scendere nel solco e morire per produrre nuova vita (Gv 12,24), l'albeggiare della luce per "quelli che siedono in regione e ombra di morte" (Mt 4, 16), il mistero pasquale di morte e risurrezione…
Oltre alle risorse umane, il credente umano ha a disposizione quei mezzi soprannaturali attraverso cui Dio comunica la salvezza-guarigione. Il grande e faticoso cammino indicato dalla fede porta a capire che la guarigione è possibile, quando si è capaci di penetrare all'interno della propria persona, trovandovi la forza guaritrice di Dio nel momento stesso in cui si fa esperienza della propria debolezza. Come afferma  Henri Nouwen, ciò indica che il riconoscere e "l'accettare le proprie ferite non è che un aspetto del processo di guarigione" (M. 22). Occorre anche prendere coscienza che esse sono "strettamente connesse con la sofferenza dello stesso Dio" (M. 22) e mantenere viva tale connessione. In altre parole, ciò che noi soffriamo, leggero o grave che sia, è un'esperienza che, lungi dal rimanere isolata, si relaziona con la sofferenza stessa di Dio. Con molta esattezza, lo stesso autore afferma che Gesù sana i nostri dolori togliendoli dal nostro ambito egocentrico, individualista e privato e connettendoli con il dolore di tutta l'umanità, da Lui assunto. In questo senso curare non significa, quindi, innanzitutto eliminare i dolori, bensì rivelare che i nostri dolori sono compresi in una sofferenza maggiore, che la nostra esperienza costituisce parte dell'esperienza di Colui che disse: 'Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?' " (Lc 24, 26).
Integrando le proprie ferite, chi accompagna i malati può giungere fino a fare della propria sofferenza una fonte di guarigione per gli altri. Non è quanto è avvenuto nell’esperienza di Gesù? Interpretando il profeta Isaia, di lui Matteo scrive: “Dalle sue ferite siamo stati guariti” (Cfr.Mt 8, 16-17).
   Se vissuta positivamente, infatti, l’esperienza del soffrire suscita nello spirito di chi accompagna il malato atteggiamenti di comprensione, partecipazione e compassione che gli consentono di avvicinarsi a quanti soffrono, offrendo loro un aiuto efficace.  

Un cuore ospitale

Questo ‘andare verso’ chi soffre caratterizzato da libertà interiore è un movimento non solo geografico ma anche spirituale. Esso esige la presenza di un cuore ospitale. Tale atteggiamento si esprime nel creare uno spazio dove l’altro possa sostare. L’ospite si sente come a casa sua, rispettato nei suoi diritti, riconosciuto nella sua dignità. Nell’ospitalità ha luogo una graduale trasformazione dell’estraneo in familiare, necessaria perché possa intraprendersi il cammino della relazione di aiuto.
In ambito cristiano, i tratti caratteristici del ‘prendersi cura’ trovano la loro sintesi nell’agàpe, cioè nell'amore soprannaturale, in quelle carità pastorale di cui parla Giovanni Paolo II nella Esortazione Apostolica Pastores dabo vobis  (n. 72), e che Benedetto XVI sviluppa mirabilmente nell’enciclica Dio è amore. Dono del Signore prima che conquista personale, l'agàpe penetra il cuore che l'accoglie e vitalizza i germi che già esistono dell'accoglienza, della pazienza, della comprensione, del perdono, della fedeltà, della devozione, della solidarietà fino all'amore per il nemico, per chi è bisognoso e devastato nel suo essere, per chi è lontano e smarrito. Essa ha caratteri d'incondizionatezza, di gratuità, d'universalità e di libertà.
   Se l'agàpe non coinvolge necessariamente la componente emotiva e sentimentale, ciò non significa che essa la escluda. L'amore soprannaturale, infatti, non sarebbe vero senza l'armonizzazione dell'eros (l'amore sensibile, erotico, energia dinamica positiva) e della filía  (amicizia in cui l'eros si integra con la componente razionale e spirituale dell'uomo) e senza l'utilizzazione sapiente della ricchezza emotiva della persona. La carità, infatti, in un contesto di freddezza, di acidità, di scostante burocrazia, in un clima non familiare e privo di vibrazioni psicofisiche, emotive e sensibili, sarebbe il tradimento di se stessa.
Essa è autentica se tale ricchezza viene canalizzata dall'intelligenza, purificata dalla grazia e orientata al servizio dell'esperienza dell'amore verso Dio e quella parte di umanità che diventa il prossimo vicino.

Conclusione

Qualche tempo fa è apparsa sui giornali una notizia curiosa: alcuni medici statunitensi hanno identificato una nuova malattia, chiamandola "seasonal affective desorder", cioè disordine affettivo stagionale. Questa malattia consiste in una specie di depressione dovuta al calo di luce, soprattutto in quei paesi che sono meno esposti al sole, oppure in quegli ambienti di lavoro o di vita privi della necessaria illuminazione. La terapia suggerita dagli esperti è la "light therapy" cioè la terapia della luce. Pensando a quella notizia e collegandola al mondo della salute, viene naturale associare la condizione di sofferenza, nelle sue varie espressioni, alla stagione priva di sufficiente luce.
Quando la persona umana è colpita da malessere fisico, psichico o spirituale, o si approssima alla morte si trova in una situazione di oscurità. Infatti, i sociologi e gli antropologi qualificano la malattia, la sofferenze e la morte come la dimensione notturna della vita, mentre attribuiscono agli altri aspetti del vivere umano, quali la giovinezza, la vitalità, la forza..., un carattere più luminoso”.
Passare dal curare al prendersi cura è ben rappresentato da questa immagine della terapia della luce per quanti si trovano nell’oscurità causata dalla malattia e dall’avvicinarsi della morte. Una luce che illumina e riscalda. Una luce che è mediazione dell’amore tenero e misericordioso del Signore.