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L'approccio umano nell'assistenza infermieristica
 

SANITA'

L’approccio umano
nell'assistenza infermieristica

di Sr Rosangela

La vita professionale dell’operatore sanitario è continuamente segnata da incontri interpersonali.  Il principale incontro è con la persona sofferente. Di fronte alla sofferenza della persona egli si pone come un’altra persona, con la motivazione fondamentale di essere espressione di solidarietà. Una solidarietà, scritta nella vita e nel destino degli esseri umani, che può anche divenire più evidente ed assumere un maggior spessore in una visione di fede. Alla luce della rivelazione, infatti, emerge evidente il compito dei cristiani di farsi carico dei fratelli, ritrascrivendo la parabola del Buon Samaritano nella comunicazione ai sofferenti dell’amore di guarigione e di consolazione del Signore Gesù .
Questa solidarietà, che si esprime nella gratuità, nella disponibilità, nello spirito di servizio, contribuisce a far sì che l’operatore sanitario sia un esperto di umanità. Ma per porsi realmente in atteggiamento di aiuto accorre che tale solidarietà non nasca primariamente da desideri di gratificazione, dalla ricerca di un ruolo, dalla ricerca di una soluzione a problemi personali, dal voler fuggire dalla propria realtà di vita, da un attivismo generoso e incontrollato.
Occorre appressarsi a chi soffre con riverenza, come di fronte a un mistero, perché di mistero si tratta. La sofferenza ci pone sempre di fronte al mistero della vita umana.

Le qualità umane

       Per approfondire questo aspetto così importante dell’approccio umano col paziente, viene come conseguenza logica la necessità  di  parlare  delle  qualità umane. 
Le qualità umane nascono dal io più profondo, cioè dal cuore dell’uomo. Dicendo “cuore” si vuole indicare la sede dei salutari sentimenti e delle buone qualità. Nascono come un sentimento spontaneo ma crescono con l’educazione e la formazione personale.  Sono una forza interiore che permette l’apertura all’altro e allo stesso tempo rende gradevole l’incontrarsi.
E’ noto come il mondo della salute reclama, la presenza e l’azione del cuore negli operatori sanitari; ma in modo specifico reclama tutto ciò che nasce dal cuore. Varie sono le proprietà e le attitudini del cuore, le sue leggi che il mondo della salute reclama. E’ importante valorizzare questo lievito interno e rivolgersi a questa sede e fonte di vera energia in una professione che ha come   base l’essere per e con gli altri.
Ogni uomo, ogni operatore sanitario, rientrando in se stesso, può e deve percepire nel suo intimo la presenza delle radici e del germe di tutte le buone qualità morali, la capacità e la forza vitale per diventare un operatore buono, benefico e generoso.
Le virtù umane sono autentici atteggiamenti d’interrelazione e di socialità, che provengono dal cuore come nucleo centrale dell'essere e della vita. Il cuore, infatti, proietta con dinamismo l’uomo verso il prossimo, verso un’esistenza relazionale.
Per tale propensione l’opzione fondamentale dell’essere per e con gli altri può tradursi o meglio effondersi operativamente in atteggiamenti e atti mirabili di bontà e attenzione premurosa.
Fa parte della competenza professionale conoscere, al meno a grandi linee, la psicologia dei malati, i principali fattori di comportamento nella malattia, le più frequente reazioni psicologiche dei degenti, i naturali meccanismi di difesa che essi possono adottare.
Queste nozione utili, anzi indispensabili per svolgere nel migliore modo la professione, devono diventare nell’esercizio pratico gesti e ad atti di vera compassione e di sincero desiderio di aiutare l’altro.
Risulta evidente perciò l’importanza e il valore delle qualità o doti psicologiche, quali la sensibilità interiore, la padronanza di sé, l’equilibrio psichico, l’apertura d’animo, lo spirito di osservazione, l’attitudine a comunicare, la capacità di ascoltare, la facilità di adattamento ecc.
Sia le qualità umane che le psicologiche non si possiedono in blocco né sono innate e neppure facili ad acquisire ed esercitare. Essi sono frutto di un lavoro interiore, proprio del cuore, che passa attraverso uno sforzo serio, un’educazione personale, un’autocritica sincera, un allenamento quotidiano. Più se ne acquistano e possiedono, meglio si può rispondere con tutta la persona alle esigenze della professione sanitaria. Infatti questa, più delle altre professioni richiede un impegno per l’acquisizione del maggior numero delle suddette qualità e per l’esercizio regolare intenso di esse al fine di qualificare la professione all’altezza del ruolo, delle finalità e delle relazioni che comporta.  

       "Mentre le mani fanno la loro parte, gli occhi devono mirare che non manchi all'infermo cosa alcuna, gli orecchi aperti per intendere i comandi e i desideri, la lingua per esortare il poverino alla pazienza, la mente e il cuore per pregare Dio per lui."
       Decidere veramente di prendersi cura di un infermo, assistere un malato, stare vicino a chi soffre, essere di aiuto con continuità ed efficacia, richiede una competenza abbastanza sofisticata. Non basta l'istinto, ma ci si deve formare a un sentimento squisitamente umano e generoso.
       In questo cammino di maturazione per un rapporto adulto con l'altro anche i propri sensi vanno educati. I sensi possono contribuire perché l'assistenza sia davvero terapeutica e abbia al centro l'altro. Un grande esempio di questa educazione dei sensi si trova in san Camillo de Lellis. Lui ha perfino cambiato i suoi sensi nell'assistenza appassionata agli infermi. Notissime le sue espressioni: "L'ospedale è il mio giardino profumato e delizioso!", "Non credo che ci sia campo così profumato di fiori, che mi diletti tanto, quanto gli odori dell'ospedale, dai quali mi sento tutto ricreare". "A me piace quella musica che fanno i poveri infermi nell'ospedale quando molti insieme, chiamando, dicono: Padre, dammi a sciacquare la bocca, rifammi il letto, riscaldami i piedi."
       All'infermiere i malati chiedono di prendersi cura non solo dei loro corpi ma di "ciò che essi sono". Vogliono essere capiti, vogliono entrare in contatto. Vogliono essere lavati non da un infermiere che sa soltanto lavarli bene, ma da un infermiere che li capisce mentre li sta lavando, che li ascolta e che sa parlare, anche senza parole, facendo ricorso al linguaggio umano e universale del conforto, della compassione, del contatto, del dolore condiviso e in qualche modo "patito insieme", come se chi li assiste avesse provato quel dolore, quella situazione, quello sconforto o quella speranza. In definitiva, i malati chiedono agli infermiere la capacità di cogliere la sintesi dell'unita che fa essere l'uomo corpo e spirito, elementi costitutivi di un'unità sempre sfuggente e sempre ricercata e attesa. Da qui nasce la necessità di curare l’altro con i propri sensi. Prima di tutto con quelli esterni che sono le finestre di quegli interni.

Il Toccare per assistere

       Non vi è professione più intima all'uomo e alla donna di quella dell'infermiere, attività antica quanto è antico l'essere umano. Una tale valenza carica la professione infermieristica di profondi significati umani e le impone un carattere morale universalmente riconosciuto e inalienabile. La sua caratterizzazione di professione vicina all'uomo in situazione di bisogno le dona il particolare privilegio e la responsabilità di essere intimo, innanzitutto alla corporeità del malato rispetto alla quale offre consiglio, sostengo o supplenza. Nessuno conosce meglio il corpo dell'assistito, nessuno è a contato con lui in modo così stretto e prolungato come l'infermiere. L'infermiere è il primo che vede il corpo del malato, è quello che quotidianamente l’ascolta e lo manipola ed è il primo a ricevere sommessamente o espressamente le domande che il malato si pone, sollecitato dalla sua particolare situazione fisica.
       Nell'attività assistenziale quante volte l'infermiere chiede al paziente "posso?". E quindi, aspetta un cenno di assenso, prima di toccarlo.
       Alcune tecniche costituiscono un privilegio per l'infermiere ad esempio l'igiene, il massaggio sulla schiena, la preparazione al momento di coricarsi, ecc. Queste riconfortano il paziente. Il toccare è un mezzo di comunicazione non verbale e questo tipo di assistenza fornisce all'infermiere l'occasione di stabilire un contato col paziente. L'infermiere può anche approfittare del tempo riservato alle cure fisiche per indagare su alcuni aspetti meno evidenti dei bisogni del malato, come l'ansietà, la paura o il desiderio di confidarsi con una persona comprensiva. Le tecniche allora possono essere subordinate a più di un fine, come il benessere immediato e la comunicazione. E' chiaro che ogni tecnica deve essere eseguita con competenza e gentilezza. Non si deve dimenticare che nell'assistenza infermieristica, a causa della natura dei gesti che si debbono compiere, ci si trova a penetrare nella zona di intimità della persona. Una prospettiva spesso trascurata nell'approccio al corpo dell'assistito è quella connessa al pudore. Le esigenze del pudore differiscono notevolmente nelle diverse culture e variano a seconda della situazione sociali alle quali si riferiscono.
      

il vedere dell’infermiere

            Ciò che vede l'occhio dell'infermiere è innanzitutto il corpo. Ma l'infermiere è il primo a rendersi conto che non può avere a che fare solo con un corpo malato, ma che quel corpo è "abitazione di una persona", con una storia, un vissuto, un passato. Egli "vede" che ogni fatto è occasione per il malato di porsi una o mille domande per dare a quella trama un senso finale che sia accettabile ed accettato, se pur attraverso reazioni personalissime sviluppate in tempi imprevedibili e individuali (rifiuto, reazione, aggressività, silenzio, accettazione, rinuncia e abbandono).
       Il malato domanda con gli occhi, domanda con il suo sguardo, che lentamente studia il suo stesso corpo, corpo che è diventato altro da quello che era.
       La visione del corpo malato non può non provocare il pensiero e l'agire. Perché è a questo punto che l'infermiere può imparare a vedere senza guardare o, addirittura, a non vedere. Sì, perché la visione di certe cose strazia, provoca, pone interrogativi, molti dei quali sono destinati a rimanere senza risposta. L'occhio parla: minaccia, condanna, perdona, sostiene, conforta. Uno sguardo può allontanare o può avvicinare. L'infermiere sa che può parlare con gli occhi. Perché è difficile, in alcune situazioni, incontrare gli occhi e sostenere lo sguardo del malato. Guardarsi negli occhi è il momento della verità; e la verità è sempre difficile da svelare e da sostenere, soprattutto quando si riferisce al mistero della vita.
       Questa prospettiva induce a ritenere che il fondamento ontologico dell'essere infermiere sia la "Com-passione". Solo la capacità di mettersi nella pelle degli altri, di assumere i loro bisogni come i propri, di patire insieme all'altro concede all'occhio del curante la capacità di estendere il campo della sua visione dalle esigenze biologiche a quelle interne, spirituali, personalissime, che costituiscono l'essenza dell'essere umani e consentono di guardare al di là di ciò che si può vedere con l'occhio biologico per utilizzare l'occhio della compassione e dell'amore. Prendersi cura dell’altro quindi sarà, dirigergli lo sguardo, rendere l'occhio attento, premuroso, che accompagna le mani perché siano di aiuto e di sostegno. Questo prendersi cura dell'uomo, della pienezza dell'umanità, domanda una rivisitazione di alcuni modi di essere e di fare l'infermiere.

IL saper ascoltare

       Ascoltare qualcuno vuol dire percepire non solo le sue parole ma anche i suoi silenzi, i suoi pensieri, il suo mondo emotivo, il significato che egli vuol dare a ciò che dice, e persino il messaggio che spesso è nascosto anche a lui. Talvolta una parola o un gesto apparentemente banali, sono una specie di grido soffocato che proviene dal profondo della psiche e di cui la persona stessa non ha piena coscienza. E capita che non si riesce a udire l'altra persona solo perché si crede di sapere in anticipo ciò che essa sta per dire, e quindi neppure la si ascolta. Solo se si fa attenzione si può cogliere ciò che sta dietro certe espressioni, certi gesti e certe parole.
       Ciò che si dice sul dolore è spesso lontano da ciò che l'interessato sta vivendo: si rischia di dire belle frasi e di fare discorsi lontani dall'esperienza di chi soffre.
       Eppure il dolore è esperienza universale, è un messaggio che entra nel mondo delle relazioni e diventa comunicazione. Ha un proprio linguaggio. Anche il dolore del corpo è un grido lanciato dal malato a che gli sta vicino perché gli venga in aiuto: e dietro al lamento e al pianto si possono intravedere i segni dell'angoscia e della paura, di un desiderio frustrato o di un amore tradito, dell'insicurezza e della solitudine, della tristezza e della disperazione, dell'abbandono e dell'inganno, del rimorso e della colpa, della separazione e delle tante perdite subite.
       Anche nel dolore del corpo la psiche gioca la propria parte: gioco a volte "truccato". Si deve decifrarne le mosse e rispondere in modo adeguato.
       Chi soffre si esprime liberamente quando sa che c'è qualcuno che lo accoglie e lo sa ascoltare. Saper ascoltare non è facile. Chi sta soffrendo si accorge se si sa fare.
       Saper ascoltare vuol dire quindi, disporre di uno spazio e di tempo mentale in cui poter accoglire le parole, i silenzi, le emozioni del paziente. Vuol dire essere presente alla situazione e accettare, se pur limitatamente, di condividerla. Non al di là, però, della propria paura e della propria angoscia. Ma con la propria paura, con il proprio dolore, a con il proprio senso di impotenza.   

Educare l'odorato

      

Qui gli infermiere mostrano la loro maturità e padronanza di sé. Anche con difficoltà, soffrendo nella sua natura l'infermiere riesce a stabilire una vera relazione umana di aiuto. La dimensione relazionale dell'assistenza a chi soffre deve essere costruita con intelligenza, con cuore e sofferta umanità. Bisogna impiegare l'energia affettiva durante questi contati personali perché esse divengano autenticamente terapeutici.
        Con l’odorato l’infermiere può cogliere quei bisogni fondamentali del paziente anche se lui non li manifesta. Con discrezione saprà sollevarlo e la sua assistenza avrà “profumo” di vero amore fraterno.
       L'operatore sanitario portatore di creatività, amore ed intelligenza e animato da un spirito di continua ricerca del meglio sarà capace di favorire un ambiente più "profumato possibile". Quando non sarà possibile eliminare ogni odore sgradevole offrirà almeno ai suoi pazienti il "profumo dell'amore, dell'accoglienza e della disponibilità".

Il volto : “un dire nel dire”

       "Il cuore dell'uomo cambia il suo volto o in bene o in male.
       Indice di un cuore buono è una faccia gioiosa." (Siracide 13,25-26)

L’assistenza infermieristica si attua nell’incontro e nel dialogo con l’altro. L’infermiere impara a leggere nel volto dell’altro i sentimenti più profondi. La parola è il linguaggio dei pensieri, il volto è il linguaggio delle emozioni. Le espressioni del viso: lo sguardo, la voce, il sorriso è un linguaggio nel linguaggio. Parole ed espressioni del viso si accompagnano e si compenetrano.
       L'espressione del volto è fattore fondamentale per dimostrare autenticità e interesse per l'altro.
       Con il volto si riesce ad esprimere: la felicità, la sorpresa, la paura, la tristezza, la collera, il disgusto e l'interesse.
       Ciò che rende bello un volto è il sorriso. Sorriso che esprime la bontà del cuore. Il sorriso è uno dei modi migliori per dimostrare l'amore agli altri è una delle più belle espressioni dell'amore. Il sorriso è come un raggio di sole che si invia agli altri. Quanta gioia può produrre il sorriso puro e sincero! Nella professione infermieristica il sorriso può diventare veramente causa di sollievo a chi soffre. Il sorriso dà confidenza, accorcia le distanze. Si può fare tanto bene con la gratuità di un sorriso!
       Il sorriso è una "medicina preziosa ed efficace". Molti scienziati, medici e psicologi hanno costatato che il sorriso sincero è una terapia che allontana le malattie mentre la tristezza le attrae.
       Bisogna permettere che l'energia pura del sorriso, penetri le camere e i cuori di chi è nella oscurità della sofferenza. Con il sorriso e con lo sguardo si può fare capire all'altro che lui è importante per noi.
       Educarsi per avere un volto aperto agli altri rappresenta una vocazione profonda che umanizza la persona e la rende capace di ascolto, di accettazione, di giusta stima e di tolleranza. Porta alla persona a crescere nella sua capacità di donarsi, nella sua carica di sensibilità, di amorevolezza. Una educazione personale indispensabile per ogni professionista nel campo sanitario che più di ogni altro a bisogno di un vivo senso di partecipazione e di condivisione all'essere degli altri.

 

Per approfondimenti:


Grandi V., Più cuore nelle mani, Edizioni Camilliane, Torino - 1994, p. 83.

De Lellis C., Regole di ben servire gli infermi, 1584-1585.

Lirutti M., Quello che vedono gli occhi dell'infermiere, in L'Arco di Giano - Rivista di medical humanities, n° 17 - 1998, pp. 67-72.

Sandrini L. "Compagni di viaggio", Il malato e chi lo cura, Ed. Paoline,  Milano - 2000,  pp. 23-24.

Colombero G., Dalla convivenza alla fraternità, Ed. San Paolo, Torino – 2001, p. 43-51.

Brucco Jyoti C., Educazione alla Pace interiore, Sonzogno - 1999, p. 31.