FSC
ARTICOLI
E noi abbiamo creduto all’amore!
 

Vita Cristiana

“E noi abbiamo creduto all’amore!”
(1 Gv 4, 16)

P. Giuseppe Cinà M.I.

Non è facile rendersi conto di quando, nel cristiano, cominci la vita spirituale, intesa come “vita con Dio” o “vita dello Spirito in noi”. Di per sé è chiaro che quell’inizio coincide con il battesimo, “porta della vita spirituale”, come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica (n.1213). Il battesimo infatti segna il momento della “rigenerazione cristiana”, della “nuova nascita” da cui ha origine la “creatura nuova”, l’“uomo nuovo”. L’apostolo Paolo usa una terminologia estremamente realistica per descrivere l’effetto del sacramento: “per mezzo del battesimo siamo stati sepolti insieme con Cristo nella sua morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6,4).
Eppure, malgrado la già avvenuta trasformazione del suo essere, il bambino battezzato non prende ancora coscienza di questa realtà. Occorrerà tempo e crescita e maturazione della coscienza perché il soggetto umano se ne renda consapevole e sviluppi responsabilmente la sua esistenza in dialogo con Dio.

L’innamoramento

Quando ciò avviene, si verifica nel credente un movimento interiore che la prima lettera di Giovanni esprime con quella stupenda esclamazione: “E noi abbiamo creduto all’amore!” (4,16). E’ un grido dell’anima che pare fotografi l’istante in cui ci si accorge di essere innamorati: come cambia allora la vita, non per quello che si ha da fare o per quel che avviene, ma per come ora viene vissuto. Tutto si trasforma, entra in un clima diverso, acquista un sapore nuovo.
Non è facile descrivere questa nuova condizione e la difficoltà è dovuta proprio all’intensità dell’esperienza. Un detto popolare dichiara che solo ora comincia la vita, perché la vita vera comincia con l’amore, con la scoperta dell’altro - o dell’altra. E’ Dio che ci ha fatti così e la Bibbia descrive questo momento magico nella vita del primo uomo – “Adam” – nell’istante in cui il Signore, dice il testo, “condusse all’uomo” “la donna” (Gn 2,22): solo allora Adam esce dal suo mutismo, si apre alla vita e comincia a esprimersi, a parlare, a comunicare ed è un canto d’amore: “Questa volta essa è carne della mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta” (v. 23). Ora sarà capace di staccarsi dai legami parentali per affermare se stesso e costruire la sua vita.

Nella vita spirituale ciò avviene quando ci si rende conto della presenza di Dio accanto a sé, o meglio, “in” se stessi, come ne parla l’apostolo Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). D’ora in poi, nella misura in cui acconsente a questa vita nuova, l’uomo avverte dentro di sé un dinamismo che lo porta a uscire da se stesso, per donarsi a Cristo: “l’amore di Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti…perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro” (2 Co 5,14-15).
Propriamente la vita spirituale inizia quindi con l’esperienza di essere stati “salvati” da Cristo; suppone quindi la consapevolezza del bisogno assoluto di Dio, della sua azione liberatrice da una condizione di schiavitù, di malattia, di colpa o di un altro male che impediva l’affermarsi e il crescere della vita. E’ l’esperienza fondamentale del cristiano – “Cristo mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20) – per questo voglio vivere con lui e per lui…“Il mio vivere è Cristo!” (Fil 1,21) -come se volesse dire: “non posso più concepire il mio esistere se non in rapporto con Cristo…”

Vita spirituale come relazionalità

Il Nuovo Testamento descrive questa nuova vita – la nuova forma che assume l’esistenza del cristiano - in termini di relazioni, di rapporti interpersonali. L’atto redentivo di Cristo infatti, ha causato nel credente una relazione personale a Cristo, che si manifesta in una vita di fede, di amore, di speranza nel Cristo della gloria. Ha anche meritato, l’opera di Cristo, il dono dello Spirito Santo, che è la sua presenza attiva e personale, che trasforma il modo di percepire se stessi e gli altri, le cose e gli avvenimenti. E’ cambiato lo stesso rapporto con Dio, che ora è sperimentato come Padre amoroso e fedele. Incontrando il volto del Padre, l’uomo viene rivelato a se stesso, acquista sicurezza e fiducia, diviene capace di donarsi e di mettersi al servizio della causa di Cristo: il Regno del Padre. 
Ma l’incorporazione a Cristo ha anche generato una nuova forma di famiglia umana dove le relazioni interpersonali derivano dall’ essere-in-Cristo: la comunità cristiana è corpo di Cristo, dove i singoli fedeli sono “corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte” (1 Co 12, 27; Rm 12, 5). Dunque, non un’identità generica e “uguale per tutti” è data al cristiano, ma “personalizzata”, dove ciascuno è irripetibile, con un compito e una missione specifica, personale. Nasce così la nuova famiglia del Signore come comunità di quelli che “pur essendo molti, sono un solo corpo in Cristo, e ciascuno per la sua parte sono membra gli uni degli altri” (Rm 12,5; 1 Co 12,8.10.28-30; Ef 4, 7-11).
 

L’esodo del cristiano

Non si entra con facilità in questa nuova prospettiva. C’è un “passaggio” da compiere che non si realizza mai una volta per tutte: è una “pasqua”, ossia un esodo che va quotidianamente ripreso e attuato. Su un altro livello, si ripete nel cristiano lo schema dell’esodo di Israele dall’Egitto.
Narra la bibbia che gli Israeliti, all’uscita dall’Egitto dopo la lunga e tormentosa schiavitù, avevano sperimentato l’atto di liberazione da parte di Yhavhè come opera di amore misericordioso, al punto che Dio vi si manifestò come “salvatore”. Ma poi dovettero attraversare il deserto per entrare nella terra promessa: i famosi quaranta anni, cifra che simbolizza un ampio e significativo spazio di tempo, denso di mistero e carico di mille difficoltà, intessuto di gioie e di tribolazioni, di speranza e di delusioni, di vita e di morte.
Quante volte, in quegli anni interminabili, avevano avuto la sensazione di andare verso la morte, e quanto spesso avevano desiderato tornare alla condizione di schiavitù! Eppure erano ormai liberi. Si trattava però di rimanere liberi per costruire la propria identità nazionale, avere una missione sociale e religiosa in seno all’umanità. Molti erano caduti nella tentazione di rinunciare alla libertà in cambio di un benessere immediato.
Anche il cristiano deve attraversare il suo deserto. Perché la vita terrena è un “esodo” – un passaggio - che si concretizza nella trama delle condizioni ed esperienze dell’ esistenza quotidiana. Tutto diviene luogo di attuazione del “mistero pasquale”, di passaggio ossia da una situazione lieta o triste, a quella successiva: è sempre un “morire” ad una esperienza, a una circostanza, a una fase, ad una età, per “vivere” una realtà diversa.
San Paolo rappresenta questa condizione esodale ricorrendo al vocabolario sportivo della “corsa nello stadio”: “Non che io abbia gia conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch'io sono stato conquistato da Gesù Cristo. Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù (Fil 3,12-14; 2 Co 9,24-27).
Come si vede, l’opportunità che è offerta a Paolo di “arrivare al premio”, è ora affidata alla sua decisione, alla sua volontà di assimilare e tradurre in scelta personale la nuova condizione di vita che Cristo gli ha offerto. L’uomo, ci ha ricordato un pensatore moderno, è “un essere-che-si-decide” (K. Jaspers), che decide di se stesso, del proprio destino, sia pure all’interno di condizioni di vita che lo precedono.
Anche il “mistero pasquale” di Cristo rappresenta una “condizione” che precede l’atto libero dell’uomo. A lui sta, tuttavia, ratificarlo o respingerlo. L’atto di Cristo – la “nostra pasqua” – ha cambiato il senso di quelle situazioni rendendole tutte opportunità di vita, di liberazione, di divinizzazione. Ma è responsabilità dell’uomo accogliere quella trasformazione, renderla operativa ed efficace attraverso l’impegno della sua libertà.
La decisione stessa ha una struttura “pasquale”, nel senso che ha sempre un aspetto di “morte” o di mortificazione, di rinuncia. Ogni risoluzione umana è, in un certo senso, un passare attraverso una morte per raggiungere una libertà, per crescere nella maturità umana e spirituale, per andare verso l’età adulta della fede in Cristo. Non dice il proverbio che “ogni scelta è una rinuncia”? E tuttavia ogni decisione ci rende “più umani”, più pienamente noi stessi, procurando comunque una crescita. Il “morire” o il “rinunciare” che in un modo o in un altro è inscritto in ogni atto deliberativo, in ultima analisi comporta un morire o rinunciare all’io, all’egoismo “per aprirsi” agli altri. Da qui dipende la riuscita della vita: passare da un atteggiamento egocentrico ad un comportamento eterocentrico: centrato ossia, su “altro-da-sé”; passare da un essere “pre-occupati” di sé ad occuparsi dell’Altro, degli altri; da un amore centrato sull’io, all’amore per Iddio e per il prossimo.

Vita come trasformazione

L’uomo viene così progressivamente trasformato dall’insieme delle decisioni che prende nelle singole circostanze della vita. La morte è la situazione culminante, terminale di questo processo. Anch’essa va dunque assunta con responsabilità, ossia con decisione libera e volontaria: non è sufficiente “lasciarsi morire”, ma occorre “accettare” con libertà il morire stesso. E non è davvero un fatto spontaneo e naturale! Occorre imparare ad acconsentire a questa trasformazione radicale per essere, finalmente, pienamente se stessi.
Le molte e svariate sofferenze che attraversano la vita umana, sono in fondo esperienze anticipatrici della morte e ad essa vogliono educarci: “tu devi in qualche modo già vivere in anticipo la tua morte perché si dilati il tuo spirito ad accogliere in te la vita di Dio” (D. Barsotti).
Perché è solo nella morte che si realizza la piena trasformazione del proprio corpo e di tutto se stessi. Anche questo avviene in forza della nostra unione a Gesù Cristo. E’ ancora la lettera ai Filippesi che ci illumina: “Noi aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso” (Fil 3, 20b-21).

                                                                                         P. Giuseppe Cinà, M.I.