Cittą del Vaticano, 30/3/2014
L'incontro col Papa


Roma, 29/3/2014
Il giorno della laurea


Grottaferrata, 20/3/2014
Una vita splendida!


Grottaferrata, 20/3/2014
L'incanto di due sorelle semplici


Cittą del Vaticano, 11/2/2014
Giornata mondiale del malato


Cittą del Vaticano, 9/2/2014
Non abbiate paura della fragilitą


Cittą del Vaticano, 2/2/2014
Rallegratevi


Grottaferrata, 2/2/2014
Camminare nello Spirito

FSC
PER TE, GIOVANE
L'esperienza del volontariato
 
LA MIA AVVENTURA IN TERRA INDIANA

L'esperienza del volontariatodi Francesca

Mi chiamo Francesca e sono originaria della provincia di Vicenza. L’estate scorsa ho vissuto un’esperienza straordinaria in terra indiana e sono qui a raccontarla. Era un sogno che avevo fin da piccola, quello di visitare il posto. Sarà stato per Gandhi, Madre Teresa di Calcutta o per La città della gioia, il volume di Dominique Lapierre. Fatto sta che il 25 luglio ho preso armi e bagagli e sono partita alla volta del continente indiano. Ho trascorso circa un mese a Bangalore presso la comunità dei missionari camilliani e poi i restanti 2 mesi nella cittadina di Mangalore, a circa 300 Km dalla capitale, presso "Jeevadaan", (letteralmente in sanscrito "luogo che dà vita"), un centro di cura e supporto per donne e bambine positive al virus dell´ HIV, gestito da una comunità delle Figlie di San Camillo. Ricordo l’arrivo in quella città così calda, con un tasso di umidità quasi insopportabile. Calda è stata anche l’accoglienza riservatami dalle suore della missione: Suor Caterina, la madre superiora, Suor Marisa, Suor Assunta e Suor Siji.
Con loro mi sono trovata molto bene, come in una famiglia. Qualche giorno dopo il mio arrivo, causa forse il clima a cui non ero abituata, mi sono ammalata: una febbre che non se ne voleva proprio andare, e proprio in quei giorni a letto ringraziavo per il dono di quelle 4 suore che mi assistevano in ogni momento sempre disponibili ad ogni esigenza; le ringraziavo in modo particolare per il loro dono ai più poveri dei poveri, anche a costo della morte.
La comunità, infatti, si prende cura di una trentina di persone, 7 bambine e una ventina di donne sieropositive. Le piccole, per la maggior parte orfane, dallo scorso anno, grazie ad una legge del Governo, possono frequentare la scuola pubblica, dopo che, l’anno precedente, erano state rifiutate a causa della minaccia delle altri madri di ritirare i propri figli.
Ciò che mi ha più colpita, oltre alla sofferenza fisica di tanta gente innocente, è la discriminazione, i pregiudizi nei confronti dei sieropositivi, una vera e propria condanna che impedisce di sperare e di  tornare a vivere una vita normale. Sono persone rifiutate dalla propria famiglia, dalla società, dalla cultura indù che vede in tutto ciò una sorta di punizione dettata da un errore commesso.
Eppure dovreste vederli quei volti!La gioia di Bindhu e Samisha, le più piccoline della famiglia, (3-4 anni) quando qualcuno dedicava loro un po’ di attenzione o quando si rifugiavano tra le gonne dell’abito delle suore. E poi la vivacità di Sakina, Pragna, Dasy, Ceitra, Veeda, instancabili nel gioco, un po’ meno nei compiti assegnati per casa. Ma pur sempre benevolmente assistite dalla maestra Assunta e da Rosy, la loro insegnante di danza.
Laggiù la vita sembra avere un altro significato. In occidente la morte è vista come un evento nefasto, difficilmente da accettare; in India invece è un avvenimento quotidiano, se ne sente l’odore, anche se è forte la voglia di lottare. Ricordo in modo particolare Sindhu, una bambina di 9 anni. La madre era morta da pochi mesi, il padre era scomparso anni prima sempre a causa dell’Aids. Fino a tre mesi prima la piccola andava a scuola regolarmente e non aveva alcun sintomo che potesse far pensare che anche lei fosse affetta dal virus. Poi in soli 3 mesi si è ammalata gravemente. Ha trascorso gli ultimi giorni della sua fragile vita nel centro assistita con amorevole cura dalla zia e da un continuo via vai di pazienti che  si radunavano attorno a quel letto per offrirle tutto il coraggio, il sostegno e la preghiera. Questa mia testimonianza, dunque, per ringraziare Chi mi ha dato la possibilità di vivere questa esperienza così forte che non dimenticherò facilmente.